La risposta è: non si sa, ma forse sì.

È da tempo che anche i colleghi italiani del Nibr (Network Italiano Business Reporting) con il WICI sono alla ricerca di una risposta compiuta. La mia maggior pragmaticità mi spinge a pensare che una misura ci sia; forse imperfetta, ma c’è. Per esprimere i risultati cui porta un Intellectual Capital tradotto, con atti di intelligenza, in prodotti/servizi che vengono proposti sul mercato e ai singoli clienti, si può ricorrere al «vecchio» concetto del Valore Aggiunto.
L’indicatore di produttività intellettuale di un’impresa è valore aggiunto/costo del personale, che è il risultato della produttività del personale moltiplicato per l’incidenza del valore aggiunto sui ricavi di vendita. Pertanto la formula è:

Valore Aggiunto/Costo del personale = (Ricavi /Costo del Personale) * (Valore Aggiunto/Ricavi)

Il Valore Aggiunto è un indicatore di sintesi della quantità di intelligenza che c’è in quello che si propone sul mercato e della capacità di questa proposta di rispondere alle esigenze, più o meno esplicite, dei clienti. L’intelligenza può esprimersi in vari modi: dal fare in modo diverso quello che già fanno altri, dal farlo meglio o dall’offrire qualcosa di veramente nuovo. In quest’ultimo caso più l’idea è anche originale e difficile da imitare, più il valore aggiunto sarà alto e duraturo nel tempo.
Quest’idea circa la significatività del Valore Aggiunto, si venne rafforzando nel tempo, soprattutto quando C. Hofer, un noto studioso di strategia, propose in un suo articolo una nuova misura eco-fin a valenza strategica il Rova (Return on value added).

Per chi volesse approfondire queste idee può trovare alcune riflessioni in A. Bubbio “Performance Aziendali: è ora di riscoprire il valore aggiunto“. (Rivista Controllo di Gestione, 3/2012).

Resta la necessità di monitorare in analitico le 4 componenti dell’ Intellectual Capital: patrimonio umano, patrimonio delle conoscenze, patrimonio delle soluzioni organizzative e delle relazioni commerciali (clienti e fornitori). In proposito più che dare a questi 4 patrimoni un valore economico si ritiene più rilevante misurarne l’esistenza, la consistenza e il loro grado di utilizzo. Per fare ciò, nella logica di una misurazione attraverso non financial indicator, si possono utilizzare in modo costruttivo anche alcuni indicatori come quelli proposti nell’articolo di A. Bubbio Gli asset strategici: dove un’impresa fa la differenza, (Quaderni di Amministrazione Finanza Oro n.2, 2006). Tra questi: tasso di assenteismo e tasso di turnover per il clima organizzativo, numero dei fornitori certificati e numero fornitori attivi su totale fornitori certificati, percentuale clienti fidelizzati, numero persone in possesso delle conoscenze mappate come critiche sul totale del personale.

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