Un recente articolo di Harvard Business Review aiuta ad iniziare il 2018 con una riflessione: in un mondo che “non ha tempo”, trovare il “tempo per pensare” diventa una fonte di vantaggio competitivo. Bisogna ritagliarsi questi momenti in modo talvolta forzato. Anche perché quest’assenza di tempo è dovuto al mondo iper-distratto in cui noi si vive. Cercare un po’ di solitudine, di silenzio e di nuovi suggerimenti per fare anche le cose di sempre può aiutare a fare la differenza. Questa riflessione, proposta da M. Erwin (Hbr october 2017: In a distracted World, Solitude Is a Competitive Advantage), porta l’autore ad indicare, ricordando le parole di Jedi Master Qui-Gon Jinn in Guerre Stellari
“Always remember: Your focus determines your reality”
E quindi sottolinea quanto i vertici aziendali debbano cercare di trovare dei momenti in cui pensare e in cui focalizzarsi sulle poche cose che contano, avendo imparato ad individuarle.
Per imparare ad essere focalizzati nel lavoro, Erwin suggerisce di:
– costruirsi dei periodi di ritiro spirituale, di solitudine,
– analizzare dove, nell’attività lavorativa “corrente” si è speso meglio il proprio tempo,
– bloccare e dosare tutto ciò che è fonte di distrazione (da Internet ai social media),
– non essere così impegnato da non trovare il tempo per essere meno impegnato,
– creare un elenco di momenti e situazioni in cui ritagliarsi il tempo per pensare.

In quell’articolo ci sono alcuni interessanti riferimenti bibliografici per porre le premesse affinché si riesca, sia come singoli che come team, a staying focused. Tra questi si segnala di W. Treseder The Two Things Killing Your Abilit to focused (Hbr, agosto 2016). In quest’ultimo articolo si indicano nell’iper-connessione e nell’eccessivo ricorso alle riunioni, due tra le principali cause che impediscono di pensare e di focalizzarsi.

Proprio su questi temi si ricorda inoltre il libro di Daniel Goleman, divulgatore del concetto di Intelligenza emotiva: Focus. Come mantenersi concentrati nell’era della distrazione (Rizzoli, Milano 2013)

Da ultimo e sempre su questi argomenti si ritiene interessante riscoprire un vecchio libro ad oggi insuperato “L’arte di pensare” di Alberto Oliverio (Rizzoli Milano 1997), dove si legge:

Se la mente attiva il pilota automatico

Paradossalmente, si può avere un livello di intelligenza elevato ma una scarsa capacità operativa, un pensiero “poco efficace”: il pensare, infatti, non è soltanto una dote naturale ma anche una capacità che può essere sviluppata; spesso riteniamo invece che il pensare sia essenzialmente una capacità spontanea, come il camminare o il respirare. Ora, è vero che noi acquisiamo “naturalmente” la capacità di pensare ma questa può non svilupparsi e presentarsi come una capacità “a due dita”: questa espressione proviene dalla dattilografia e indica che molti autodidatti possono imparare da soli a scrivere sulla tastiera del computer ma che questa loro capacità non supererà mai un certo livello. Scriveranno sempre con due dita, mentre una persona che si sia addestrata sin dall’inizio con una tastiera cieca raggiungerà ben presto un’abilità decisamente superiore a quella dell’ autodidatta. Qualcosa di simile si verifica anche con il pensiero: noi sviluppiamo molte forme di pensiero e di attività mentali “a due dita” che ci permettono di affrontare alcune situazioni via via che si presentano ma che non consentono una strategia globale, di ordine superiore. Prendiamo due casi indicativi di forme di pensiero o attività mentali “a due dita”: le emozioni e il pregiudizio. L’utilità delle emozioni ci appare in varie situazioni della vita, da quella di un neonato a quella di un adulto, ma se esse non fossero integrate con altre attività mentali, cioè con quelle cognitive, ci consentirebbero soltanto delle forme di controllo della realtà abbastanza stereotipate, “a due dita”, appunto. […]

Insomma per pensare, bisogna porre le premesse per poterlo fare: una di queste è trovare il tempo, un’altra è farlo con sistematicità e non in modo episodico; mentre una terza premessa è leggere o ascoltare per trovare stimoli come quelli offerti dall’ evoluzione delle teorie di management.