L’uscita del volume “Jazz Frames. Ritratti ad acquerello” (Skira Milano 2021), curato da un collega Bocconi, Severino Salvemini, mi ha fatto ricordare alcuni momenti di collaborazione innovativi e divertenti. Verso la fine degli anni ’90, abbiamo progettato insieme in Sda-Bocconi il General Management Program. In quel progetto si decise di dare ampio spazio a temi di management “trasversali” e non ai tradizionali temi funzionali di tipo verticale. Si decise di chiamarli “temi ondata” anche per il loro potenziale impatto. Erano dieci. Tra questi ne ricordo tre, alcuni per allora innovativi: felicità e gestione della squadra, reti di impresa e internazionalità con le sue differenze culturali.

Purtroppo a quell’epoca, proprio occupandoci di queste trasversalità, non si ebbe il coraggio di chiedersi cosa altre “arti” come la musica, avrebbero potuto insegnare ai manager. Oggi questo momento è più che mai maturo. Sono usciti alcuni lavori proprio su queste relazioni e i contributi a cui ci si richiama vengono dalla musica classica, dal rock e soprattutto dal jazz. Ricordo, solo per chi avesse voglia di approfondire il tema dei gruppi creativi, il contributo dato dal lavoro di Domenico De Masi. In L’emozione e la regola (Laterza, Bari, 1989) il sociologo napoletano presenta tra i vari gruppi creativi studiati quello dell’orchestra di musica classica diretta da Riccardo Muti. Ma al direttore di orchestra e al suo ruolo in soluzioni strutturali di tipo adhocratico (notare bene l’accuratezza del termine scelto da quell’autore: ad-hoc-cratiche) ci indirizza anche Henry Mintzberg. E i rimandi e i collegamenti potrebbero continuare.

Il più bello fra tutti questi libri musica-management è il libro “Disordine armonico” di Frank J. Barrett, un professore universitario con una seconda vita: quella di pianista jazz. In lui mi sono identificato molto, avendo anch’io un passato musicale, nel genere rock-jazz, prima di perdermi, travolto dagli studi bocconiani. Suonavo il “basso elettrico”, strumento che rappresenta, con la batteria la colonna portante di un gruppo jazz, la sezione ritmica.

Questo libro, originariamente pubblicato nel 2012 da Harvard Business School Press, è stato presentato in Italia nel 2013 (Egea Milano) con prefazione di Paolo Fresu (trombettista jazz sardo) e ancora da Severino Salvemini. Dalla musica jazz, come il libro evidenzia, ci vengono molti insegnamenti sul piano organizzativo e in particolare su come possa caratterizzarsi una leadership in ambienti creativi. Il disordine armonico potrebbe essere una soluzione molto costruttiva per l’attuale contesto ambientale esterno. Ma questo termine è solo apparentemente semplice. Ha molte implicazioni. Fra queste ne richiamo tre, poiché anche in base alla mia esperienza musicale, possono essere utili a chi deve gestire in azienda:

1. Una delle caratteristiche dei concerti jazz è l’improvvisazione. Ma “improvvisare” è tutt’altro che facile: richiede estro e solide competenze: gli a “solo” musicali in un pezzo live ne sono una chiara e terrificante espressione; se non ci “sei”, meglio non farlo;

2. Le caratteristiche del gruppo nella riuscita anche “emozionale” di un brano dipendono dal livello qualitativo dei musicisti e dal loro affiatamento (da qui l’espressione questione di feeling); lo stesso si può dire per i team aziendali;

3. Se c’è un leader è opportuno che questo debba la sua leadership alla sua autorevolezza “creativa” (estro armonico) più che alla pura maestria tecnica; se poi i due elementi si uniscono è la combinazione perfetta: un esempio per tutti Miles Davis. Dalle sue band (dai suoi gruppi di lavoro) e dai suoi dischi sono usciti alcuni tra i migliori musicisti dei diversi strumenti (le nostre aree funzionali). Ricordo solo a caso pianisti come Herbie Hancock e Keith Jarrett (l’ingestibile), sassofonisti come Wayne Shorter, bassisti come Dave Holland e Darryl Jones, batteristi come Jack DeJohnette, Billy Cobham e Airto Moreira, chitarristi come John McLaughlin; ma l’elenco è molto più lungo. Da qui si può apprendere un’altra lezione: un leader efficace è anche un “maestro”; c’è poi un ultimo aspetto da sottolineare ed è legato alla sua iniziale collaborazione professionale con il sassofonista John Coltrane: siamo nel 1955, ne nacque Round about Midnight, un disco che ha segnato la storia del jazz. Questo aiuta a capire che, come si verifica nel jazz, così esattamente si verifica nel management: i “classici” lo sono poiché trasmettono spunti ed emozioni sempre attuali, che non tramontano mai. Superano la prova del tempo.

Ma un ultimo insegnamento ci viene dalla musica, come ci ricorda Enzo Jannacci in una sua canzone, si può anche non aver studiato musica (non aver studiato management), ma in questo caso per “fare musica”: “ci vuole orecchio!!!”.

Ma se si suona solo ad orecchio si rimane dei principianti.

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