Viviamo un’epoca strana. Siamo circondati da talmente tante cose che facciamo fatica a distinguere ciò che bello da ciò che è brutto. Abbiamo in parte perso una capacità di giudizio o ne facciamo scarso uso. Questo proprio nel momento jn cui queste capacità dovrebbero essere maggiormente applicate. Lascio a sociologi e psicologi il compito di ricercarne le cause. Le conseguenze sono però ben visibili ed inevitabili, come anche Massimo Gramellini mette in evidenza nella sua rubrica “Il caffè” del 23 giugno 2021, in prima pagina del Corsera. Le sue riflessioni nascono da “La Grande Porchetta” una scultura marmorea esposta in una famosa piazza di Trastevere a Roma, che più che delle mani della Rome University Fine Arts, “sembra uscita da un catalogo di arredamento dei Casamonica”. Quante “bruttezze” ci stanno scivolando via, anche a livello politico.

Forse siamo alla decadenza dell’Impero Romano, causa le invasioni barbariche. Ma poi scopriamo che è già stato percorso il Medioevo e purtroppo, abbiamo già anche superato il Rinascimento. Qualcuno sostiene che lo abbiamo riagganciato. Direi proprio di no. Condivido con Gramellini che probabilmente siamo in una nuova fase storica: il Rincrescimento. Qualità ed innovazione nelle imprese sarebbero necessari, ma non sono facili da conseguire. Forse le tecnologie digitali ci stanno dando una mano. Purtroppo c’è un’annotazione in negativo. Forse si è perso il senso dell’”estetica” a cui, come evidenzia il filosofo Fulvio Carmagnola, tanto si deve quando si vuole servire qualità. Per approfondire questo tema vorrei ricordare proprio due libri di Carmagnola: il primo “La visibilità. Per un’estetica dei fenomeni complessi” (Guerini, Milano 1989) e il secondo “Luoghi della Qualità. Estetica e tecnologia nel postindustriale” (Domus Academy, Milano 1991).

Il primo contributo rappresenta un’affascinante critica al metodo strutturale. Riprendendo anche il pensiero di Edgar Morin con il suo Metodo che rappresenta un “non metodo” per affrontare la complessità. Scrive Carmagnola: “Dalla concezione della struttura del sapere scientifico come una sorta di rigorosa algebra della conoscenza si cerca il “passaggio a nord-ovest” che conduca alla comunicazione con gli aspetti semantici delle forme naturali e della vita quotidiana. Emerge una critica allo strutturalismo e al suo ambito austero, imposto tanto alle scienze umane come bisogno di rigorizzazione che alle scienze esatte, caratterizzate dal predominio fisico-matematico. Nel metodo strutturale, così suona la critica, scompare il particolare visibile- scompare la fenomenologia, ciò che domina sono le costanti impersonali.” (1989, pag.12).

Nel secondo volume viene proposto uno sviluppo di quella critica evidenziando quanto i “Luoghi Fisici abbiano avuto un ruolo rilevante nel diffondere la cultura e la pratica della qualità. Si ricordano alcuni casi aziendali, tra i quali il caso Toyota. Ma si ricordano anche le origini più lontane dell’idea di qualità. E si approda ad Aristotele. I luoghi e la loro bellezza si sostiene abbiano un ruolo rilevante nello stimolare l’innovazione e facilitare il diffondersi della cultura della qualità. Luoghi con simili caratteristiche non mancano nel nostro Paese. Forse anche questo ci aiuta a capire perché siamo stati la “culla della cultura”.

Erano gli anni Novanta e molte idee innovative erano spesso indotte dagli approcci “total quality” proliferati nelle imprese sul finire degli anni Ottanta. Sono anni che non ritorneranno più o ce ne siamo solo temporaneamente dimenticati? Credo e spero che la situazione in cui ci troviamo a vivere sia solo temporanea. Nuove spinte verranno dalla società civile e dalla cultura. Chiudo con una mia riflessione: la qualità e l’innovazione non nascono dall’ “ordine”, ma da un “disordine ordinabile”. Così, il momento caotico che stiamo vivendo verrà sfruttato e se l’elogio ritornerà sulla cultura e sulle sue applicazioni, con buona probabilità, abbandonerà la “bruttezza”.

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