“Fashion Business” propone un approccio teorico che da sempre condivido. È l’approccio situazionale (Contingency approach). Autorevoli studiosi di Economia aziendale italiani si sono pronunciati in questa direzione, ma le loro argomentazioni spesso si limitavano a distinzioni macro tra aziende agricole, industriali, di servizi, arrivando a delle precisazioni per le aziende composte pubbliche. Con la teoria situazionale si fa un salto quali-quantitativo: ogni azienda ha una serie di variabili che si configurano in modo specifico, che la caratterizzano e talvolta la rendono unica. Ogni situazione richiede soluzioni gestionali, strumenti e processi pensati con riferimento a quella specifica, unica ed originale realtà. Si è così affermata l’idea nella teoria che possa essere un utile punto di partenza, oltre a quello di studiare e scrivere di singoli casi aziendali, quello di interessarsi a gruppi di imprese in qualche modo con alcuni tratti caratterizzanti simili.

Sono stati così pubblicati casi su singole realtà aziendali italiane (ad esempio, Marzotto e Benetton; ed ancora Ferragamo) e si sono scritti libri sulle strategie delle aziende del Fashion. Tutto questo interesse si può spiegare in modo semplice: è un comparto che pesa per l’economia italiana ed è un comparto complesso, dove la creatività nello stesso anno deve incontrare le due collezioni primavera-estate ed autunno-inverno e si scontra con le esigenze dei tempi abbastanza rigidi, legati a produzione e distribuzione. Questi sono tutti aspetti che richiedono precise competenze pratiche. Così, Golizia dimostra di essere un profondo conoscitore di queste problematiche e si era già cimentato con talune problematiche poiché prima del contributo citato aveva proposto, sempre per Franco Angeli, “Fashion Business Model” (2016).

D’altra parte, nel caso specifico del Fashion, condivido l’interesse e il fascino per la poliedricità di questo comparto, che, come si legge nel suo lavoro, deve necessariamente portare a considerare le specificità dei vari segmenti: quello più recente del fast fashion, quello del casualwear, delle calzature, delle borse, della valigeria, per ricordare poi l’underwear e tutto l’abbigliamento intimo. Vengono indicati, oltre a questi, altri gruppi strategici. E per ognuno di essi si offrono indicazioni su alcune variabili a valenza strategica come sostenibilità e strategie omnichannel.

Nel lontano 2009, con alcuni colleghi di Business School, anch’io mi sono lanciato nella stesura di un libro dedicato a questo comparto. Potevo contare sugli stimoli legati ad una profonda collaborazione con i miei colleghi dell’Università di Firenze (in particolare i proff. F. Giunta e M. Bonacchi) e con Polimoda, in quegli anni diretto da Ferruccio Ferragamo. Il risultato fu un libro dal titolo: “Controllo di gestione nelle imprese del Fashion” (Ipsoa – Wolters Kluwer, Milano 2009).

Condivido e quindi mi allineo all’idea di suggerire “Fashion Business” a chi opera in questo comparto, ma non dimentico di indicare per gli spunti offerti e presentati nel libro una lettura anche a chi opera al di fuori di questo specifico comparto, ma si avvicini ad esso per alcuni prodotti e contenuti stilistici. Mi riferisco a chi opera in settori come l’oggettistica da arredamento, l’arredamento stesso e tutto ciò che negli ultimi tempi è stato etichettato come “produzioni alto di gamma”, caratterizzate da design, qualità delle materie prime e delle lavorazioni. Tuttavia, non racchiuderei queste produzioni nel termine un po’ settario anche se molto diffuso di “luxury goods”. Mi lascerei invece attrarre dall’incuriosente “Bello, buono e ben fatto” proposto nel 2014 da Mauro Ferraresi e proposto con accezione ampia al Made in Italy. Si apre così una finestra enorme anche sul mondo delle produzioni agricole, tra le quali il vino e il food che non a caso in passato era presentato come compimento della triade con la quale l’Italia avrebbe potuto conquistare il mondo, la triade delle 3F: Fashion, Food, Furniture.

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