In questi giorni, McKinsey ci offre autorevoli e preziose indicazioni in sintonia con la nostra proposta di “crescita sostenibile”. Una crescita capace di coniugare “crescita” e “sostenibilità”. Abbiamo così dopo poco tempo una conferma di non essere più soli. Questa piacevole sensazione la si era già avuta nei passaggi di “The end of competitive advantage” di Rita McGrath. Una conferma di una tesi da noi sostenuta in passato: è difficile conseguire, in un contesto ipercompetitivo, dei vantaggi competitivi durevoli e si deve contare solo su quelli che l’autrice chiama “vantaggi competitivi transitori”. Questo significa ricercare con costanza sempre nuove fonti, anche in strumenti intangibili che consentano di sviluppare una “customer experience” sempre più ricca. Oggi abbiamo un conforto da McKinsey, con riferimento ad altre nostre tesi: la necessità di una pianificazione che abbia in mente 3P (Profit, People, Planet) e abbia al centro tutte le risorse, non solo quelle finanziarie, tipiche dell’era “pionieristica” del capitalismo.

Oggi non basta ribadire le conseguenze di essere entrati ormai da tempo nell’era post-fordista, ma dobbiamo comprendere i profondi cambiamenti necessari per conseguire uno “Shared Value”, un valore condiviso non solo dagli azionisti, ma da tutti gli stakeholder di un’impresa ed in primis dai dipendenti, dai clienti e dai fornitori. Anche alla luce di queste considerazioni è stimolante la proposta di interpretare la triade Sviluppo (Growth)/inclusione/sostenibilità, come tre variabili di un modello di analisi dinamica della realtà. Le relazioni di causa effetto sono infatti reciproche, in alcuni casi con impatto negativo, mentre in altri questo stesso impatto è positivo. La Figura iniziale aiuta a cogliere quelle che vengono indicate come le principali relazioni: la crescita, principale variabile generatrice di squilibri è anche quella che genera prosperità e benessere, è necessario capire come può essere pilotata per continuare nei suoi effetti positivi ma contenendo progressivamente i suoi impatti negativi; d’altra parte, la crescita è fonte di energie, tendenzialmente positive, basta non dimenticare per la “frenesia” di crescere il “bene comune”. Quest’ultimo concetto non è di facile realizzazione. Come minimo ci sono gli “egoismi”.

E in una sua ampia applicazione significa un “capitalismo diverso da quello attuale”. L’inclusione non va sottovalutata per i suoi impatti sulle diversità e sulla loro rilevanza in percorsi innovativi. Né si può dimenticare la “sostenibilità” di cui non si può più soltanto parlare. Bisogna agire. È sicuramente di buon auspicio che alcuni impegni siano stati ribaditi nell’ultimo G20 a Roma. Questa è stata una “pennellata” da artisti rinascimentali, ma non è sufficiente. Adesso abbiamo molto da fare. Vedremo anche i risultati del Cop26 a trazione inglese in un autunno che potrebbe essere quello o di un inesorabile e triste declino o di svolta piena di speranze. Ci si è accorti che siamo a un passo dal disastro. Ma anche qui ci sono i negazionisti e per di più manca un vaccino sicuro.

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