Spesso i vertici delle imprese sono alla ricerca di soluzioni e di risposte per superare i problemi gestionali. Ma come ci ricordano in un recente articolo Allison W. Brook e Leslie K. John, due studiosi dell’Harvard Business School (Lo straordinario potere delle domande, HBR Italia, giugno 2018) le soluzioni e le risposte spesso non sono efficaci solo poiché non si è stati capaci di individuarli in modo efficace: non sono state poste o non ci si è posti le domande giuste. Tra le abilità di un manager ci dovrebbe essere: l’arte di saper porre domande. Grazie a quest’arte si possono raccogliere non solo le informazioni, ma le informazioni “giuste”.
È un’arte che in certe professioni non può difettare. Si pensi ad un avvocato, ad un medico, ad un giornalista o ad un investigatore. Tutte persone abituate ed istruite al questioning.
​La prima cosa da fare, sostengono i due studiosi, per diventare una persona più efficace a porre le domande è semplicemente fare più domande. Anche se poi non bisogna dimenticare che altri fattori influenzano la capacità di raccogliere informazioni da una conversazione: il tono con il quale si pongono domande, il tipo e la sequenza delle domande stesse.
Così si può cercare di capire quando usare domande aperte o domande chiuse, di pensare se promuovere e quando domande di follow-up, se essere o meno incalzanti nel porre le domande, per non dimenticare, infine, quando si pongono le domande e si sta lavorando in gruppo, le dinamiche di gruppo.
​Avere qualche suggerimento sull’arte di porre domande non è solo per voler assumere comportamenti socratici, ma è per differenziarci dalle macchine ricordando che la domanda dalla quale spesso muovono processi di apprendimento e assai semplice ed è “perché?”.

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