Uno dei momenti che può facilitare la comprensione dei perché di determinate situazioni è l’ascolto e questo può innescare momenti di apprendimento.

D’altra parte, come ci ricorda anche Fromm, l’arte di ascoltare è l’essenza della psicoanalisi ed è anche la strada che se perseguita conduce alla realizzazione personale. Ma per imboccare questa strada bisogna mobilitare le energie latenti dell’individuo. E questo deve avvenire anche nelle imprese: è opportuno cercare di liberare le energie delle persone quando operano in quel contesto.

Ne ha trattato, tempo fa (1990) Michel Crozier nel suo “L’impresa in ascolto“, ma le sue riflessioni sono a tutto oggi di grande utilità. Così l’ascolto dei dipendenti “non significa consultazione, anche se non è disinteressato: i membri di una organizzazione non cercano uno sfogo, non chiedono l’ascolto di uno psicanalista. Vogliono essere ascoltati poiché credono di avere qualcosa di ragionevole e di importante da dire […]. La conoscenza che viene dall’ascolto non si limita a registrare risposte, emerge invece dal confronto di ognuna delle parti, dotata di una razionalità diversa, a volte contraddittoria”. (pag.152).

Da allora sono stati fatti molti progressi. In molte imprese si è diffuso il verbo condividere e il confronto è diventato una prassi. Si è così data amplia applicazione agli stimoli di due importanti studiosi dell’ “organizational psychology”: a) Edgar Schein dell’ Mit di cui si ricorda uno dei volumi pubblicati da Guerini, “Cultura d’azienda e Leadership” (Milano 1990); b) Harold Leavitt della Stanford Graduate School of Business di cui si ricorda un libro che già nel titolo lascia presagire la rilevanza dell’ascolto nel mestiere di manager “Le manager defricheur” (Editions d’organisation, Paris 1987).

Ed è in questo contesto che è stato proposto e pubblicato, anche in Italia, il libro di Elliott Jaques “L’organizzazione indispensabile” (Guerini, Milano 1991), un’organizzazione pensata per liberare la creatività e che quindi al centro ha “l’individuo con tutta la sua complessità interiore e relazionale”, dalla prefazione di E. Cassani (pag.21).

In questo lavoro viene presentata da Jaques la più bella definizione di quella complessità che ha caratterizzato il mondo nel passaggio dal secondo al terzo millennio: “la complessità è definibile sulla scorta della quantità di variabili che operano in una situazione, della chiarezza e della precisione con cui esse sono identificabili e del loro tasso di variabilità”. Mi sembra perfetta per quando noi affermiamo, “mamma mia, che casino!”.

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