Quanto più si riflette sulla pandemia che stiamo attraversando tanto più molte cose non ci sembrano rimanere “normali”. Eppure, il lavoro che svolgiamo, gli spostamenti che facciamo e i momenti che ci concediamo sono gli stessi. Solo che cambia tutto. Il lavoro diventa smart e poi quando è poco smart rimane “manuale”, ma con il rischio di non interessare più, di non essere più richiesto. Così pranzi e pizze “take away” vanno ancora, ma i taxi sono quasi alla paralisi. Treni e aerei sono quasi vuoti, sostituiti da web meeting e il ritorno al vecchio, ma salutisticamente più sicuro (almeno si pensa – stanno aumentando il numero degli incidenti in autostrada), trasporto su gomma, All’aumentare delle situazioni in qualche modo “diverse da prima” aumenta la nostra sensazione di incertezza. Ma c’è una dimensione che spesso non consideriamo e che in quest’articolo su Mckinsey Quarterly viene correttamente enfatizzata: il tempo.

Così, più si amplia la durata del periodo pandemico, più aumenta l’incertezza (vedi grafico), anche perché magari si scopre che alcune risposte che si valutavano corrette tali non sono più e si può constatare che nonostante il passare dei mesi (sono ormai 9) una cura “sicura” non esiste ancora. Anche la scienza è in difficoltà. Il vaccino forse ci sarà. Ma quando? Non si sa, forse in primavera 2021. Se uno lo desidera può inanellare una serie di “sì ma”, “non si sa”, “solo se” decisamente destabilizzanti per alcune certezze che qualcuno vorrebbe proporre o forse imporre. Sinceramente speravo che il Budget 2021 fosse con qualche incertezza nel primo semestre, ma poi con risultati molto più certi. Questa speranza si sta un po’ affievolendo, ma sto riflettendo sotto l’impulso di questa “micidiale” seconda ondata, che letta nella metrica dell’ipercompetizione è stato un fenomeno ambientale:

-neanche più di tanto difficilmente prevedibile (molti virologi l’avevano previsto)

-di rapida manifestazione

-di rara intensità

A fronte di un simile fenomeno si sarebbe dovuto elaborare, come più volte sottolineato, un “contingency plan”. Non so quanti lo abbiano fatto e adesso si trovano in assoluta “emergenza”.

Ciò posto, resta comunque il fatto che si deve tentare di gestire. E allora: a) dopo aver verificato che il mare nel quale vogliamo navigare (sia esso un oceano blu o rosso) esisterà ancora nei prossimi anni e quindi che non si siano, in biblica visione, ritirate le acque, b) si tratterà (come suggeriva, già qualche secolo fa, Seneca) di mantenere salda la “meta” finale (purpose),
c) ma anche se necessario cambiando la “rotta” pur di raggiungere la “meta”, come farebbe qualsiasi valido skipper, o riorientando le vele per catturare il vento che, nell’attuale contesto di ambiente esterno, purtroppo cambia spesso direzione.

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