Un titolo semplice per un libro coraggioso a firma Roger Martin. Un profondo ripensamento per le strategie di molte multinazionali americane, una conferma della potenziale validità per le strategie di molte Piccole e Medie imprese italiane. Con questo suo “Quando di più non è sempre meglio”, l’autore è stato quasi profetico. Il libro, terminato prima della pandemia, viene dato alle stampe in piena pandemia e riesce attraverso una serie di riflessioni a far cogliere quanto “la crescita quantitativa” del fatturato, da perseguire a qualsiasi costo, possa risultare una strategia non solo sterile, ma anche pericolosa. Meglio entrare nelle logiche della “decrescita felice”: si può viver bene con risultati soddisfacenti migliorando la qualità del fatturato realizzato. Spesso, come indicato in altri post, questo miglioramento è un problema di mix di prodotti venduti o clienti serviti o di innovazione.

When more is not better (Copertina e indice a questo link)” è diviso in due parti. Nella prima parte si descrive il problema: la visione di un’economia, quella americana, come un’efficiente macchina alla costante ricerca di una posizione dominante. Con un past president che aveva fatto suo uno slogan, dal doppio senso, ma molto emblematico del modello: American First. A questa visione Roger Martin suggerisce quella di interpretare l’economia americana come un sistema naturale e in virtù di questa lettura, sottolineare che le relazioni tra input e output in un simile contesto non sono lineari. Di conseguenza in un sistema naturale è difficile concentrarsi sull’idea di migliorare l’efficienza: o ottenendo più output a parità di input o a parità di output impiegando meno fattori in input. E per di più magari nel cercare di migliorare la produttività si privilegia sempre la prima alternativa.

Nella seconda parte vengono formulate delle possibili soluzioni per dar seguito a questo cambiamento di modello. Le soluzioni vengono proposte da Martin facendo riferimento a varie categorie di americani. Un’ “agenda” diversa per almeno queste quattro categorie: business executive, politici, educatori e cittadini. Così, per gli executive i suggerimenti sono:

a. voltare le spalle al riduzionismo, l’efficienza spinta agli eccessi può canalizzare tutte le energie innovative sui processi, dove già il digitale consente interessanti miglioramenti;

b. riconoscere che gli “slack” non sono il nemico; forse il “Lean Thinking” ha dato il suo contributo, non è così imprescindibile azzerare gli “slack”;

c. difendersi dalle logiche tradizionali ricorrendo alle misurazioni multiple, dato che tendenzialmente solo “ciò che si misura riceve l’attenzione di chi gestisce”;

d. rendersi conto che in un mercato andare verso il monopolio non è un obiettivo in linea con strategie di sostenibilità.

Insomma, dopo aver letto “When more is not better. Overcoming America’s Obsession with Economic Efficiency” le prime tre riflessioni, che vengono spontanee, sono:

1. meglio pensare a strategie di crescita più qualitativa che quantitativa, dove una crescita di questo tipo dovremmo chiamarla più correttamente “sviluppo”, andando a realizzare un mio must indicato e applicato da sempre, a livello personale: “diventare grandi rimanendo piccoli”,

2. non è un errore scegliere di operare in mercati non molto ampi o addirittura di andare a ricercare segmenti di mercato specifici per realizzare “strategie di nicchia”,

3. si può essere multinazionali, ma tascabili, così come lo sono molte realtà italiane. D’altra parte, come qualcuno ci ricorda, queste non avrebbero che imitato San Francesco. Con il suo ordine, creò la prima multinazionale tascabile italiana ad affermarsi nel mondo.

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